L’incontro con Yang Ma Lee / intervista a Gianluca Santoni

L’incontro con Yang Ma Lee / intervista a Gianluca Santoni

di Antonio Paolacci, scrittore

La prima volta che ho messo piede nella sua scuola, diversi anni fa, Gianluca ha risposto alle mie domande con parole chiare e comprensibili. Indossava un paio di jeans e scarpe da ginnastica, non chiedeva di essere chiamato maestro, né si metteva in nessun modo su un piedistallo, pur essendo l’unico in Italia autorizzato all’insegnamento del Tai Chi autentico della famiglia Yang direttamente da Yang Ma Lee, ultima discendente della famiglia oggi residente a Hong Kong.  

Subito, ho pensato che già questo potesse essere un segno: un maestro che conosce il valore di ciò che insegna non ha bisogno di imporre il rispetto, lo ottiene automaticamente. E oggi, essendo ormai suo allievo da anni, posso dire non solo che la mia prima impressione era giusta, ma anche che il valore di quell’insegnamento è davvero impagabile. 

Per spiegare però meglio di cosa parlo, ho pensato di far raccontare a lui stesso come ha ricevuto l’insegnamento e cosa significa restituirlo con fedeltà.

Insegni Kung Fu da molti anni. Ci racconti il tuo percorso in breve, in particolare nel Tai Chi? Come sei diventato allievo diretto di Yang Ma Lee?

Pratico arti marziali fin da ragazzino. Ho iniziato negli anni ’80 a Genova, dove studiavo diversi stili di Kung Fu, e il Tai Chi era già compreso all’interno dello studio. Inizialmente ho imparato uno stile di cui, però, ho ormai ricordi piuttosto vaghi, anche perché non parliamo dello stesso Tai Chi che ho poi approfondito negli anni successivi. 

Il vero incontro con lo stile della famiglia Yang è avvenuto quando ho iniziato a studiare a Londra, nella scuola di Jim Uglow, che già all’epoca era uno dei pochi allievi occidentali di Mary Yang [Yang Ma Lee]. 

Poi, nel 2011, sono andato per la prima volta da Mary a Hong Kong. Dopo anni di studio a Londra, Jim mi aveva offerto l’opportunità di fare lezione con lei insieme ad altri tre istruttori della scuola londinese. In quel primo incontro eravamo quindi in quattro a lavorare direttamente con Mary. Lei ci “aggiustava” singolarmente, facendo un lavoro incredibilmente preciso su ognuno. È stata un’esperienza molto intensa, immediatamente trasformativa, anche perché si trattava di qualcosa di completamente diverso da tutto ciò che avevo visto fino a quel momento nel Tai Chi. 

In seguito, Mary mi ha accettato come allievo privato, cosa che continuo a essere attualmente, andando regolarmente a Hong Kong per lavorare da solo con lei. 

Gianluca Santoni con Jim Uglow, John Conroy, Joe Baltazar a Rhode Island e gli allievi di John

Come ti è stato comunicato che potevi iniziare le lezioni private con Mary?

Ero tornato a Hong Kong tempo dopo quel primo incontro del 2011, con l’idea che sarei riuscito forse solo a salutarla. Non sapevo esattamente cosa aspettarmi, ero andato per il piacere di rivederla e con una vaga speranza che forse un giorno avrei potuto essere suo allievo. Quando sono arrivato, Mary mi ha fatto molte domande, abbiamo parlato per circa due ore. Poi, mi ha chiesto di mostrarle alcuni passaggi di Tai Chi, solo qualche accenno. E alla fine mi ha detto, consultando la sua agenda: “Domani iniziamo a lavorare”. 

Non era pianificato. E non è una cosa scontata. In particolare per un occidentale non è possibile presentarsi alla porta di un vero maestro a Hong Kong e chiedere di fare lezione. Nemmeno essere introdotto è sufficiente, serve appunto anche un colloquio a tu per tu. Questo vale per Mary come per il mio maestro di Hung Gar, Kong Pui Wai: sono loro che scelgono l’allievo e non il contrario. È il maestro a decidere se sei una persona adatta a ricevere l’insegnamento. 

Non si tratta di snobismo: è una forma di rispetto per l’arte marziale stessa, perché quella autentica non può essere trasmessa a chiunque, come succede in una palestra occidentale. Anche io, nella mia scuola, devo tener presente questo tipo di approccio. 

In che modo?

In particolare seguendo la stessa etica che mi è stata trasmessa. Vale a dire che non apro la scuola a chiunque si limiti a pagare l’iscrizione. Non è una questione di soldi, né di titoli. È una questione di attitudine e di rispetto. Serve un certo tipo di qualità personale. 

Ci deve essere un incontro, una conoscenza reciproca. Non mi interessa lavorare con tante persone, anche perché non potrei dedicarmi a ognuna come richiesto. Mi interessa insegnare a chi è motivato davvero, a chi vuole imparare profondamente, e a chi possiede certe qualità anche umane. Se tutto questo non c’è, perdiamo tempo entrambi, tanto io quanto l’allievo.

L’insegnamento del Tai Chi autentico della famiglia Yang non è una banale prestazione a pagamento, è una trasmissione. E non riguarda il mio ego: io non sono il centro del sistema. Io sono un tramite. Il sapere che trasmetto non è mio, mi è stato passato per linea diretta da una lunga tradizione, generazione dopo generazione, e io ho il dovere di restituirlo con lo stesso rispetto. Il mio ruolo è questo.

Al centro il maestro Yang Chen Fu e alla sua destra il figlio Yan Sau Chung

Quali sono le qualità umane di cui parli?

Prima di accettarti come allievo, Mary ti studia. Non si tratta solo di vedere come ti muovi, se sei bravo o se hai già esperienza. Nel mio caso, anzi, insegnando anche a chi è del tutto digiuno di Tai Chi, l’abilità e l’esperienza o le qualità fisiche non contano niente. 

Si tratta di capire che tipo di persona sei. Che atteggiamento hai. Se sei pronto a lavorare, a correggerti, a lasciarti guidare. Se hai la mente aperta e, soprattutto, se sei disposto a mettere da parte il tuo ego e i tuoi pregiudizi.

Quando entri in una scuola tradizionale, entri in una relazione. E questa relazione, se viene accettata, è molto seria. Non ha nulla a che vedere con l’idea occidentale della lezione da un’ora. Servono serietà e impegno. Ma serve anche la capacità di non giudicare. Quando una persona giudica o pretende di ricevere quel che non è pronta a ricevere, significa che non comprende il valore di quel che può imparare e, di conseguenza, non potrà mai imparare davvero. 

Io stesso ho imparato tutto questo come allievo. Sono arrivato a Hong Kong con anni di esperienza nel Kung Fu, eppure Mary mi ha accolto inizialmente come un principiante, imponendomi di ripartire dalle basi. Ho dovuto ristrutturare tutto il lavoro da capo. La mente aperta di cui parlo consiste in questo: accettare che stai ricevendo qualcosa di diverso da quello che hai già nel tuo bagaglio, il che non è facile, richiede fatica, ti costringe a mettere da parte il tuo ego. 

Naturalmente questo non vuol dire che il mio bagaglio precedente non fosse una base di partenza. Significa solo che non puoi entrare nella tradizione autentica se non sei disposto a mettere in discussione tutte le tue conoscenze precedenti, confermandone alcune e correggendone altre. Solo quando impari a lasciare andare il tuo punto di vista, cominci davvero a capire quello che ti viene dato.

L’ostacolo più grande in qualsiasi percorso di apprendimento marziale è sempre l’ego. Chi arriva dicendo “Ho già fatto tanti anni di Tai Chi, quindi pretendo di essere ammesso come allievo avanzato” sbaglia subito atteggiamento. E più in generale, chi pratica solo per nutrire la propria immagine – per farsi considerare “maestro saggio” o “combattente temibile” – è destinato a perdere gran parte dei benefici profondi che potrebbe avere dallo studio. 

Una rara foto di Mary (Yang Ma Lee) – a sinistra in abito bianco – con il padre Yang Sau Chung e la sua famiglia

Ai tuoi allievi ricordi sempre che il nostro è un grande privilegio; e per noi è molto chiaro che lo sia. Ma come lo spiegheresti a chi non ha conoscenza della tradizione del Tai Chi e della sua storia? 

Bisogna capire che la stessa Mary, a sua volta, ha ricevuto l’insegnamento in modo molto selettivo. La tradizione prevede che la trasmissione segua delle linee ramificate, dal maestro agli allievi, che a loro volta diventano maestri e così via. Tra queste diverse linee c’è quella di sangue, quella “della famiglia”. 

Il padre di Mary, Yang Sau Chung, ha appreso lo stile da suo nonno, Yang Cheng Fu, e da suo zio Yang Shaohou, e lo ha trasmesso ai suoi allievi e alle sue figlie, usando diversi approcci, come ha scritto lui stesso nel suo libro: “Sono molto esigente e severo con tutti i miei allievi, ma soprattutto con le mie figlie: Amy, Tai-Yee; Mary, Ma-Lee; e Agnes, Yee-Lee.” 

Ecco perché sotto il nome generico “Yang” rientrano stili che differiscono tra loro, in base alle linee ramificate dei diversi allievi. Per questo distinguiamo lo stile “Yang”, che segue una linea da maestro ad allievo, da quello della “famiglia Yang”, che studiamo noi, che segue la linea di sangue.

A proposito di tutto questo e per chiudere, ci dici quali sono secondo te alcuni falsi miti che circolano sul Tai Chi, diciamo più dannosi per la conoscenza, e quindi da sfatare subito?

Uno molto interessante è quello che riguarda l’idea che per crescere si debbano studiare molte forme. Non è un concetto sbagliato in sé, perché conoscere tante forme può essere interessante, ma c’è anche il rischio che diventi solo un esercizio di memoria. Un tipico modo di pensare occidentale è credere che, una volta imparata una sequenza di movimenti, l’hai imparata e l’apprendimento su quella sequenza finisce lì, per cui puoi solo impararne un’altra, e poi un’altra e così via. Entrare invece in profondità nel singolo gesto, nella singola posizione, è questo che fa la vera differenza: comprendere cosa c’è dentro ogni singola forma. 

Per spiegare meglio cosa intendo, posso dire per esempio che io conosco almeno sette modi diversi di eseguire la forma lunga della famiglia Yang, e ognuno di questi modi è un mondo da esplorare continuamente, da approfondire costantemente.  

Un altro errore diffuso è la tendenza a mitizzare la figura del maestro. In certi ambienti si scivola facilmente nel culto della personalità. L’insegnante diventa un “personaggio”: il capo, il leader carismatico. Per me è l’opposto. Il maestro vero non è un protagonista: è un tramite, un custode temporaneo di una conoscenza che ha ricevuto da altri e che, se tutto va bene, trasmetterà quella conoscenza a qualcun altro e così via. 

Non cerco la quantità ma la qualità. Voglio lavorare con chi ha voglia di imparare davvero, di conoscere, di ascoltare. 

Non è un esercizio forzato di umiltà, è solo consapevolezza del fatto che quello che io mi impegno a insegnare oggi non è “mio”. È un sapere antico che mi è stato trasmesso da chi ha lavorato prima di me, e che io ho fatto crescere in me, elaborandolo e adattandolo alla mia persona e alla nostra tradizione, come è giusto e inevitabile che sia, mantenendo sempre i principi come cardine. Io cerco di essere all’altezza di quello che ho ricevuto, come tramite e come depositario. Nient’altro.

Uno dei valori importanti per l’apertura della mente, del corpo e dell’apprendimento, è una forma di felicità (è quello che James e Mary chiamano “Happy Chi”) che somiglia a quella del bambino stupito dal piacere della scoperta. Quando il bambino è felice, anche l’apprendimento è facile, oltre che gioioso.

Happy Chi